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Massimo Liberatori & La Società dei Musici

Massimo Liberatori & La Società dei Musici

MASSIMO LIBERATORI
… “Nasco a Roma da mamma sabina e padre trasteverino … ma cresco e studio a Garbatella … In gioventù ho fatto un po’ il tifoso romanista, un po’ il militante anarchico e un po’ il mistico … tutto sempre con un forte senso del pudore per la scarsa stima che ho del mondo del calcio, della politica e della curia”. Sono un cantautore, cantastorie, folk singer romano e umbro d’adozione appassionato delle storie popolari” …

Ha collaborato e diviso il palco con numerosissimi artisti tra i quali Claudio Lolli, Francesco Guccini, Macina, Gang, Luigi Grechi De Gregori, Ensemble Micrologus, Francesco Di Giacomo, John Kruth e Ellade Bandini. Con i maestri Stefano Zavattoni e Maurizio Marrani, con Gabriele Russo, Mauro Mela, Franz Albert Mayer, Maurizio Catarinelli, Valter Corelli ed altri ha condiviso le sorti della bandaliberatori. Gli ultimi sviluppi lo vedono in sodalizio con la “Società dei Musici” costituita da Claudio Scarabottini, Gianluca Bibiani e Stefano Trabalza con i quali ha pubblicato l’ultimo CD “Tratturo Zero”.

 

ALCUNI RICONOSCIMENTI …
Selezionato 3 volte al Premio CITTÀ DI RECANATI per la canzone d’autore con i brani ROGAMO, CAROVANE DI CONTADINI, DA FORI PORTA

Premio FOLIGNO FESTIVAL 2001 Canti e Discanti – Umbria World Festival

CONCORSO NAZIONALE CANTASTORIE GIOVANNA DAFFINI:
2000   Menzione d’onore con il brano NO ALIBI
2008   2° premio con il brano ARCHEOLOGIA CONTADINA
2011   Premio 150 ANNI UNITÀ D’ITALIA con il brano FRATELLI DI SCIPIONE
2013   Premio della CRITICA con il brano LA NOTTE DEL CANTASTORIE
2015   2° premio con il brano NONNO CAPORETTO

2011    RICONOSCIMENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO per aver scritto l’Inno d’Italia all’uso dei cantastorie: “Fratelli di Scipione” in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia

Presente sul CD “TRIBÙ ITALICHE UMBRIA” di “WORLD MUSIC MAGAZINE” con il brano PRIVILEGIO
Presente sul CD book “IL SUONO INTORNO ALLA PAROLA” a cura di Annino La Posta (collaboratore Premio Tenco) Volume II° – 2009 con il brano FIORI DI CAMPO
Presente sul CD book “NEVER FORGET JOE HILL” di ApARTe – 2015 con il brano SABBOTAGGIO
Presente sul CD book “WITH WOODY GUTHRIE ON OUR SIDE” ApARTe – 2017 con il brano “THIS LAND IS”
Presente sul book Backbeat Book USA di John Kruth “A FRIEND OF THE DAVIL”

 

DISCOGRAFIA
FIORI DI CAMPO (indi)
ALPHA DRACONIS (indi)
NO ALIBI (Micrologus)
LA STORIA DELL’ASINO CHE NON C’È PIÙ (Storie di Note)
5 FUORI POSTO (Storie di Note)
DERAGLIAMENTI (Storie di Note)
COLÈÇAO (indi)
SULL’APPENNINO DEGLI INCANTI + book (Nuova Era)
SULL’APPENNINO DEGLI INCANTI (Ars Spoletium)
TRATTURO ZERO (Ars Spoletium)

“Massimo Liberatori, un cantastorie contemporaneo praticante di ruralità e cosciente di urbanizzazione, un romano trasferito nel miglior cuore d’Italia, l’Umbria. Note di tradizione e parole di attualità …”

World Music Magazine –

 

DI ALESSIO LEGA … MASSIMO LIBERATORI
Quando io stavo appena per cominciare lui era già una timida leggenda. Ma così, senza darlo troppo a vedere. Ricordo che frequentavo i Centri Sociali e lui c’era passato a cantare, qualche volta era a Milano, qualche volta a Roma, qualche volta a Bergamo.
Ho collezionato e seguito i suoi dischi, me lo sono sentito amico prima di incontrarne lo sguardo: “ecco uno bravo, ecco uno onesto, ecco uno che senza proclami e retorica va dietro alle storie, le mette a passo di musica”, questo ho sempre pensato di Massimo Liberatori.
Intorno a noi stava impazzando l’Hip Hop, rantolavano le ultime sillabe Punk, il Folk irlandese diventava il modulo sul quale cantare “Bella Ciao”, qualcuno riprendeva i ritmi nostrani della pizzica o del saltarello. Lui invece seguiva la sua strada, con un modo garbato e ironico, citava ora questo, ora quello stilema musicale, li fondeva in un modo tutto suo che lasciava intravedere i suoi maestri senza mai farne l’imitazione, si impadroniva di tutti i linguaggi e li usava per tornare a casa.
Ora sappiamo che la sua strada era un tratturo – non proprio un’autostrada, ma nemmeno un percorso casuale – e la sua musica una perenne transumanza fra gli uomini e le loro storie. Il tratturo è un luogo, un tema poetico, ma anche una filosofia di vita.
Massimo Liberatori è appunto un cantastorie itinerante, nel senso più coerente e moderno che può avere questo termine, traversa l’Italia e qualche volta si spinge anche più in là, mentre scrivo per esempio sta per trasvolare l’oceano e presentare a New York il suo nuovo disco: “Tratturo Zero”. Un disco insaporito di tante spezie musicali, che si muove al passo lento e riflessivo dei pastori.
«Vai a New York?» gli ho chiesto … «E che ne sanno a New York dei tratturi, dei briganti travestiti da prete, dei figli dei mercanti che si fanno santi e vengono presi per pazzi, di tuo nonno che fu soldato a Caporetto e che non prese mai la tessera del fascio, ma conservò tutta la vita un mazzetto di stelle alpine raccolto al fronte, e di te che resisti immerso come tutti noi nel buio del presente, o come dici tu nella “Notte del cantastorie”?»

WOODY GUTHRIE, JOE HILL E JOE STRUMMER
«A beh, se è per questo» m’ha risposto Massimo «sono andato l’altro giorno a Roma a presentare il disco in una radio, e questi molto simpatici, molto preparati, avevano ascoltato tutte le canzoni, e mi dicono, cos’è ‘sto tratturo? È un errore? Volevi dire trattore? Manco sapevano cos’è il tratturo … E pensa che a Roma il tratturo ci passava! I tratturi – che mo’ hanno pure candidato come Patrimonio Unesco – avevano dei nomi, tipo il “Tratturo Magno” che andava da L’Aquila a Foggia, il mio disco l’ho chiamato “Tratturo Zero” perché si muove coi tempi del tratturo, ma sfugge a certi percorsi obbligati e ne cerca altri suoi … perché no, passando pure da New York: è il mio amico John Kruth – che senti cantare in un paio di tracce del disco – che ci ha organizzato questo giro fra New York e il New Jersey, e io, che generalmente me la faccio sotto dalla paura ogni volta che prendo l’aereo, questa volta non vedo l’ora, segno che riportare a casa Woody Guthrie, Joe Hill o Joe Strummer dal mio tratturo, è una cosa che mi pare abbia senso».
In effetti questi tre nomi “sacri” del pantheon del canto sociale li incontriamo in posizioni strategiche della scaletta del disco. A Guthrie – il più grande cantore del movimento dei lavoratori statunitense, e in assoluto uno dei massimi poeti-narratori con la chitarra – è addirittura affidato il ruolo di aprire le danze, visto che la prima canzone è un fitto dialogo con la sua celeberrima This land is your land

È la tua terra è anche la mia
comunque vada comunque sia
i muri sono dentro a me e a te
ma la terra è fatta per me e per te.
Questa è la favola infinita e transumante
tra lupi e agnelli peccatori e anime sante
il nostro coast to coast su mistico tratturo
da stazzo a stazzo e prima che fa scuro.

La seconda canzone del disco è, invece, il riadattamento di un brano di rivendicazione in senso stretto, un inno al Sabotaggio, una di quelle canzoni sulfuree con le quali l’immigrato svedese Joe Hillström arringava i suoi compagni del sindacato negli anni Dieci del Novecento, prima di finire vittima di un celeberrimo processo politico nello Utah.
Joe Strummer, il carismatico fondatore dei Clash, lo ritroviamo nella seconda metà della scaletta e quell’inno rivoluzionario-esistenziale che è London Calling, dalla voce garbata di Massimo si tramuta in un appello – parte ironico, parte sconsolato – all’ascolto reciproco

Sfilateve le cuffie m’avete da sentì
la bitorzemania ce sta a rincojonì
nun se inventamo più gnente de bello
nun sogna più nessuno…
qui ce se spappola il cervello!

Sembra la ripresa di una polemica in voga fra detrattori e sostenitori del fenomeno Hip Hop e in particolare dell’ultima ondata della Trap: anche il Punk all’inizio degli anni Ottanta aveva la medesima funzione destabilizzante, apparentemente nichilista, ma col senno di poi rivelava più un disperato bisogno di partecipazione che di isolamento generazionale. Massimo, che ha l’età per potersi ricordare bene del Punk, e il sorriso puro di un eterno adolescente, “arruola” il vecchio Joe per rivendicare il valore non consolatorio, ma provocatorio di ogni urgenza espressiva.
Con una sorta di fatalismo addosso …
«Sono tanti anni che son fuggito dal caos di Roma, e sono approdato a Spello in Umbria – una piccola città in una piccola regione, dove si vive abbastanza bene – ho due figli e faccio corsi di canto popolare nelle scuole, perciò il mio orecchio non smette di cogliere battute che fanno paura, un’estetica del linguaggio sempre più negativa e aggressiva, che lascia pochissimo spazio alla riflessione. Io cerco di tenermi stretto il mio credo “malatestiano”, ostinarmi a pensare che l’uomo alberghi sentimenti positivi, di solidarietà, di amore. Ma oggigiorno mi accorgo di camminare con una sorta di fatalismo addosso, per il rischio di dovermi trovare da un momento all’altro a fare una rissa, perché fra troppi c’è un rapporto guardingo se non proprio provocatorio. Dall’Umbria sto vivendo questa trasformazione, avevamo un museo bellissimo dell’emigrazione, oggi chiuso: sarà una casualità?
A Spello più di mille persone hanno votato il Partito razzista, è ormai talmente facile tirar fuori il negativo che c’è dentro di noi … dunque faccio quest’atto di resistenza, cantare col sorriso, alzare poco la voce».
Roma, Spello, New York, Londra o meglio la Radio Londra, bollettino della Resistenza evocata, il tratturo di questo disco congiunge molte storie lontane e raccoglie le memorie di molti passaggi, memorabile quello di Surus, uno degli elefanti portati da Annibale attraverso le Alpi

Ma noi elefanti questo odio non l’avevamo voluto
nel nostro cuore di giganti c’è un altro saluto (…)
Varcati i monti caddero i miei fratelli e le mie sorelle
e poi quel fango gelido che tagliava la pelle
arrivammo tutti lì con la morte sulle spalle
su quella riva di lago fatta per guardare le stelle
ma quei guerrieri soltanto il sangue li dissetava (…)
e lì tra le canne e il sangue il lago restò muto
ma noi elefanti tutto questo non lo avremmo voluto

Se si proietta il fantasma della guerra lontano dalla giusta partigianeria di Radio Londra ecco che si svela l’assoluta inconsistenza delle ragioni di ogni conflitto e che la paciosa indifferenza dei pachidermi sembra una lezione di umanità.
«Tutto questo andar via, nello spazio come nel tempo. La storia di Annibale mi dà l’occasione di raccontare l’Appennino dal punto di vista dell’elefante. Perché lui arrivò con questi 37 elefanti che poi gli morirono tutti dopo la traversata delle Alpi, fece la guerra sul Ticino, sul Trebbia e sul Trasimeno, probabilmente quest’ultimo elefante Surus non c’è manco arrivato, però è quello che ha resistito di più, perché era un elefante indiano più grosso di quelli africani, e pare che ad Annibale gli abbia pure salvato la vita, perché lui aveva un’infezione agli occhi e si salvò dormendo senza scendere mai dalla groppa dell’elefante: io lo faccio parlare, e ne emerge la visione antirazzista.
Questo giocare col tempo, oltre che con lo spazio, è il privilegio del cantastorie, il suo ricamo, perché le canzoni che stanno bene assieme, diventano speculari. Fra San Francesco – che io racconto con gli occhi di suo padre, il mercante Pietro Bernardone, che gli aveva dato quel nome proprio in omaggio agli ottimi affari che faceva in Francia – vissuto all’inizio del duecento e il brigante Cinicchia, pure lui assisano, vissuto alla fine dell’ottocento il tempo pare annullarsi perché, come dico, “un frate gli salvò la testa” nel senso che si tramanda che Cinicchia scappasse vestito da frate … quindi è come se il suo più noto compaesano gli avesse dato una mano a rifarsi una vita in Argentina».

Ora è la notte del cantastorie
ed è tempo imbalsamato
è il tempo degli specchi
che si specchiano nel passato (…)
Come nel fango di una trincea
tra odore di morte e di cioccolato
in un’ecclissi di stelle dove
tutto è in vendita o va rubato.

La notte del cantastorie è forse la più cupa delle metafore del disco, denuncia il punto in cui l’incapacità di ascolto reciproco sfiora l’inutilità del racconto, e quindi della vita stessa, perché cosa resta delle vite se non la loro storia?
«È la difficoltà di raccontare storie in senso positivo, un’angoscia paralizzante: la notte è quella. La canzone ha cambiato il testo nel corso dei mesi, cercando di sollevarsi dalla prima ispirazione che era del tutto negativa, disperata … poi alla fine ha avuto un po’ questa svolta, quando sul confine sboccia un ciuffo di stelle alpine».
Quando mio nonno morì …
In effetti negli ultimi versi torna in aiuto un grande compilatore e innovatore di linguaggi, rimasto occulto nelle varie dediche del disco, si tratta di Bob Dylan citato espressamente con “Blowin’ in the wind” e implicitamemente con “Chimes of freedom”, come dire che se si trovano nuove forme e nuove parole ogni idea trova la sua strada o il suo tratturo per rimettersi in marcia.

Nella notte del cantastorie
una campana ha singhiozzato
e un ciuffetto di stelle alpine
sul confine ha germogliato (…)
perché gira speranza, gira
una campana ha rintoccato!

«Le stelle alpine poi tornano poco più avanti nella canzone dedicata a mio nonno, che era stato a Caporetto. Lui non ha mai indossato camicie nere, s’era fatto solo questa campagna della Prima Guerra Mondiale, e tornò con questo mazzetto di stelle alpine che io conservo sotto vetro dentro un quadruccio, per cui questi sono i fiori che faccio sbocciare al confine della notte del cantastorie, che non so nemmeno io quanto sia reale e quanto sia un desiderio di pacificazione con le proprie guerre, la propria vita.
Io, per esempio, avevo conosciuto l’Umbria da bambino perché, essendo orfano di babbo, finii in collegio a Spoleto, e dunque questa terra tanto bella l’avevo odiata e amata e desideravo riconciliarmici. Quando mio nonno morì mi lasciò il mazzetto di stelle alpine e una piccolissima eredità, che mi sarei mangiato presto senza cambiare nulla nella mia vita. E allora, siccome sono molto sentimentale, pensai di comprarmi degli ulivi, e li trovai a Spello, qualche anno dopo ho finito per andarci a vivere».
Quando Massimo e io ci siamo incontrati per realizzare questa chiacchierata, lui m’ha portato in dono il suo CD e una bottiglia del suo olio.
Gli ho chiesto «ma visto che è tuo dirimpettaio, l’olio che fai è lo stesso di De Gregori?»
«Mejo! … lo riconosce pure lui».
Massimo è, oltre che un grande narratore in musica, una persona buona e prosegue sul suo tratturo con la serena caparbietà dei giusti per cercare l’uomo e le sue storie.
Ecco – mi è venuto da dire paragonandolo a tanta inutile caciara che ci arriva dal mondo – appunto: “mejo”.

 

LA SOCIETÀ DEI MUSICI   
La Società dei Musici è un gruppo di amici, musicisti, attori e cantanti appassionati da sempre del canto popolare che decidono di creare una “società” con il proposito di reperire e diffondere testimonianze della tradizione canora popolare e contadina della “valle spoletana”. Nel corso degli anni si sono adoperati in una sorta di ricerca antropologica e di recupero della “memoria storica” prodigandosi, di casa in casa, nell’acquisizione di testimonianze e ricordi del passato.
Alcuni brani, per loro consolidata presenza nella tradizione, sono stati facilmente reperibili, ma per ciascuno di essi erano disponibili numerose versioni con una quantità di varianti sia nel testo che nella melodia. Si è perciò reso necessario un lavoro di ricostruzione filologica letteraria e musicale. Altri sono invece il risultato di accurate e metodiche ricerche effettuate nei paesini, nelle frazioni, nelle case contadine, dove sono stati ritrovati, ancora presenti nella memoria dei più anziani, frammenti ingialliti e sgualciti, nei quali talvolta si scorgeva una filigrana d’oro per la suggestione di un piccolo germe melodico accompagnato da sequenze di parole vibranti e evocative. E allora l’impegno di un restauro, di una ricomposizione quasi archeologica …
Altri ancora, scelti nella produzione di autori dialettali contemporanei acclamati anche oltre i confini della propria regione.
La selezione del materiale accumulato ha subito suggerito, sia per la quantità che per la connotazione, la ripartizione in due categorie: laico e religioso. Nel laico è descritta la vita quotidiana e quindi l’amore, le delusioni d’amore, la sensualità e tutti quei piaceri e dispiaceri che trapuntavano esistenze semplici. Il religioso si rivolge quasi esclusivamente a Cristo e al suo martirio: “I canti della Passione”.
Sono nati da tutto questo due esibizioni distinte e relativi CD: “Tradizioni in piazza” che comprende brani strumentali, inni, serenate, stornelli a dispetto e letture di testi della tradizione letteraria dialettale e “Le laude eterne” che conta sedici pezzi, alcuni dei quali riassumono le 24 ore di agonia di Gesù Cristo ed altri che, come una lente d’ingrandimento, ampliano la visuale per approfondire l’analisi psicologica e sentimentale dell’evento.
Il percorso della band si arricchisce poi di collaborazioni importanti come quella con il folksinger americano John Kruth, con il percussionista giapponese Yukio Tsuji, con l’attrice/cantante Sara Galassini e con il cantastorie Massimo Liberatori.
Massimo Liberatori con La Società dei Musici nasce, dunque, da un incontro di terra e di cuori che ora stanno lavorando insieme sul palco e in studio, con esperienze fin oltre gli italici confini, per dare un corpo a questo progetto/incontro. “Tratturo Zero”, il nuovo album presentato il 24 maggio scorso a Roma è il primo germoglio di questo intrigante sodalizio.
Con alle spalle un totale collettivo di 14 album musicali, svariati premi a diversi concorsi nazionali eccoli con i loro attrezzi da viaggio: chitarre, ukulele, mandolino, fisarmonica, organetto, armoniche, pianoforte, violino, piffero, basso, percussioni e … la loro anima lampeggiante.

I “MUSICI” SONO …

  • GIANLUCA BIBIANI (fisarmonica) Presidente delle Edizioni Musicali e Discografiche ARS SPOLETIUM s.r.l. che detengono anche la proprietà del periodico STRUMENTI&MUSICA, fondato dal M° Bio Boccosi nel 1949. Fisarmonicista, compositore e arrangiatore, vanta collaborazioni con alcune importanti etichette discografiche. Presidente dell’Associazione Culturale ITALIAN ACCORDION CULTURE Premiere Voting Member CIA IMC – Unesco che organizza, tra le tante attività, il Concorso Internazionale per giovani fisarmonicisti e pianisti “Città di Spoleto”.

 

  • CLAUDIO SCARABOTTINI (mandolino – pianoforte – voce) Il suo approccio con la musica avviene in giovane età attraverso lo studio del pianoforte e si sviluppa negli anni con l’ascolto di vari generi musicali che lo spingono ad approfondire la conoscenza di altri strumenti quali la chitarra, il mandolino e alcuni strumenti etnici nonché lo studio di Direzione di Coro e Composizione. È docente di musica presso il “Primo circolo didattico” di Spoleto ed è fra i membri fondatori, nonché direttore di coro e orchestra, dell’Associazione Culturale Bisse di Spoleto. Dal 2005 al 2014 ha svolto l’attività di direttore artistico presso la Civica Scuola di Musica “O. Cottini” di Campello sul Clitunno. Lavora come arrangiatore e compositore e collabora con l’etichetta discografica “Ars Spoletium” per la quale nel 2007 ha scritto e diretto le musiche della commedia musicale “Lu Lozzu” e nel 2010 le musiche del recital “Carapintada – confessioni sui desaparecidos d’Argentina”, spettacolo patrocinato dall’ambasciata Argentina in Italia e portato in scena dall’ensemble Beltango Quintet di Belgrado. Svolge attività di ricerca di canti etnico/popolari nelle zone del centro Italia ed ha realizzato arrangiamenti orchestrali per gli spettacoli teatrali “Forza venite gente” di M. Paulicelli, “La buona novella” di F. De Andrè e “Volano le canzoni” di N. Piovani. Nel 2012, con l’ensemble Gipsy Band (che si occupa di recuperare e proporre la musica gitana dell’est), vince il premio “ROSSOBASTARDO” per il progetto musicale più originale nell’ambito della rassegna “La Mama Spoleto Open”. Nel Luglio 2014 è arrangiatore e direttore musicale per lo spettacolo “Weather” scritto da Elizabeth Swados e rappresentato al “Festival dei due Mondi” di Spoleto.

 

  • STEFANO TRABALZA (chitarra) Inizia a studiare la chitarra in giovane età da autodidatta. Si perfeziona seguendo lezioni private con Davide Pieralisi, Luca Bonifazi e Giacomo Anselmi. Nel corso degli anni studia anche altri strumenti: il pianoforte, seguito prima da Antonio Rossi poi da Bruno Erminero ed il sax tenore con Cristian Panetto. Ha svolto per diversi anni l’attività di insegnante di chitarra.

 

  • MANLIO LEONI (voce) Studia a Roma, in età adolescenziale, solfeggio e chitarra classica. Dal 1987 al 1990, nel corso della sua residenza napoletana, è nella corda dei bassi dei Cantori di Posillipo. Trasferitosi nel 2003 a Spoleto, entra a far parte del gruppo del Mascherone che esegue canti della tradizione alpina e umbra ed è presente come cantante o musicista in numerose iniziative.

 

I NOSTRI CONCERTI
·     TRATTURO ZERO – Ambientato inizialmente in una piccola porzione di mondo che va da Roma al monte Subasio ai Monti Sibillini, è questo un viaggio cantato senza confini cercando di cogliere e narrare, con originalità, il senso sempre sociale della nostra storia. Incontreremo dunque il generale cartaginese Annibale Barca e l’imperatore romano Flavio Costantino cantando prima, in romanesco l’“Ariscritto”, tratto da un documento ritrovato a Spello sulla libertà di religione nel IV° secolo d.C. e poi “Surus”, ultimo dei 37 elefanti che accompagnò Annibale fino al lago Trasimeno per la grande battaglia del 217 a.C.
Via via poi, passando per l’“Altopiano Plestino”, incontreremo Pietro Bernardone, padre di San Francesco, confuso tra “Santità e Follia” del figlio e, a seguire, la “Storia del brigante Cinicchia” e quella della “Transumanza”, sia pastorale che temporale, per arrivare così a poeti come Pietro Fabbri da Nocera Umbra “Privilegio”, il “Sor Capanna” e Trilussa “Libbertà” e “Nummeri” da Trastevere in Roma.
Percorrendo così questo ideale tratturo “coast to coast” varcheremo dunque le frontiere per incontrare Woody Guthrie, Joe Hill e poi la Johannesburg di Nelson Mandela fino alla vecchia Londra cockney operaia e popolare di Joe Strummer, per abbracciare così canti lontani, ma vicini nello spirito al nostro inquieto sogno di libertà.
“… London calling to the faraway towns …” “… Gimme hope Jo’anna …” “ … Radio Londra chiama …” “Mentre le mamme nere di Soweto cor pianto sfamano li ragazzini …”

·     STORIA DELL’ASINO CHE NON C’È PIÙ – “I ricordi ci fanno persona, ci danno un’identità, e sono la presenza del nostro futuro” (museo nazionale Vigili del Fuoco di Mantova).
Un concerto per non dimenticare una pagina vera della nostra storia, quella dell’uomo e dell’asino, della loro solidarietà, della loro fatica e della loro saggia lentezza.
Incontreremo asini illustri come “Platero”, il romanzesco asinello andaluso narrato da Juàn Ramon Jmènez, “Eamonn”, il buon asino della mitologia fiabesca irlandese e il povero “Digiunè” compagno di viaggio di uno sfortunato stornellatore romano come il sor Capanna.
Un concerto da cantastorie, questo, in compagnia della mia asina Ginestra, dedicato a tutti i nonni che mi hanno regalato i loro ricordi, ai bambini che mi hanno ascoltato e accompagnato nei canti e a tutti quelli che si riconoscono in queste grandi storie minori che piano piano andiamo perdendo.
“… il vuoto insegue chi è troppo veloce, gli annega i sogni e gli strozza la voce…”  (da “Gritchenko” di Massimo Liberatori).